Fedrah o della spietà dell’amore

  • Regia e ideazione Michele di Mauro
  • Una produzione Piccola Compagnia della Magnolia
  • Cubo Teatro – 25 gennaio 2022

Il divertirsi in scena è spesso una delle motivazioni per cui l’attore percorre quelle vie che si inerpicano nei sentieri della rappresentazione. Quel godurioso sentirsi al limite del pensiero, gremire la ragione dell’irreale, lo sguardo prima della luce, il simulacro prima dell’imitazione. Depresso e presunzioso, estinto d’istinto, non ricorda che la propria voce, la propria confusa perfezione che deve in ogni modo dimostrare. ‘Perché son perverso mi capite?’ Incespica uno schiavo, che di osceno ha solo il padre Cristiano. 
E mentre ribadisce quanto la luce abbia baciato la sua fronte, voi, pubblico, state nel buio con le ossa a far male dalla noia. 
L’attore si diverte troppo, e quando diventa regista, gode solo nell’esibire due tette e due reggiseni alacremente alternati, così che le prove di brio non siano sprovviste. Parla a se stesso per frasi breve e affermative, domande non merita, ne ha già risolte troppe. Un coito breve senza sudore, con troppi sorrisi.
E la luce a che serve? Se nelle prove teatrali si vedono anche i mozziconi a terra, perché mai la Scena dovrebbe celare il sorriso dietro uno spigolo d’ombra? Perché mai la Scena dovrebbe essere su un altro fuso orario? Per quale maledetto motivo la sacralità è il regime autistico dell’iperbole?
No. Lo spettatore deve provare ciò che l’attore prova in scena, e ciò che l’attore prova in scena è ciò che prova nelle prove.
(Mi levo lo sfizio di questa frantumazione di specchi convogliandola in parafrasi: provare è allenamento o emozione? Cercando di dimenticare la vostra supponenza di farle coincidere). 
Ma le prove erano diafane, fossero state buie avrei chiamato dalla platea la luce come un anacoreta al mezzodì. Senza buio nella rincorsa siete andati in scena ad occhi aperti, e la luce ne è rimasta stupidamente protagonista. 
Senza umiltà ho provato a esservi spettatore in effetti, ma non ci sono riuscito. 

Nel dettaglio “Fedra” di Alexandre Cabanel